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Le ragioni del NO
Il sondaggio eurobarometro del febbraio-marzo 2008, secondo gli autori dello stesso, rivelerebbe un mutamento di tendenza nell'opinione pubblica europea rispetto all'uso dell'energia nucleare: dal sondaggio emerge infatti che la percentuale dei favorevoli a questo tipo di fonte energetica sale dal 37% (del 2005) al 44%, mentre quella dei contrari scende dal 55% (del 2005) al 45%. Un dato che verrà sicuramente accolto con favore e sfruttato da quanti negli ultimi mesi, a partire da Berlusconi e da Scajola, continuano a parlare della necessità di un rilancio del nucleare in Italia.
E' utile allora tornare a riflettere, ancora una volta, sulle ragioni ambientali ed economiche alla base dell'opposizione a questa forma di energia, ricordando che i problemi della sicurezza, sia quelli relativi al funzionamento della centrale che quelli, ancora più seri, rispetto allo stoccaggio delle scorie non sono affatto risolti (proprio per questo la maggior parte dei sostenitori della rinascita del nucleare tiene a precisare che occorre attendere l'arrivo della fantomatica quarta generazione, che i più ottimisti collocano nel 2030).
Nel rimandare alla lettura di due strumenti molto utili, quali il Rapporto 2007 sullo stato dell'industria nucleare nel mondo e i 40 fatti e argomentazioni che impediscono di considerare l'energia nucleare come il salvacondotto dell'umanità rispetto ai cambiamenti climatici, riportiamo qui brevemente quanto già detto rispetto alle prese di posizione di Scajola e Marcegaglia sui "vantaggi" del nucleare.
Sulla presunta competitività dei costi di questa tecnologia obsoleta: è preoccupante che Scajola, che pure è ministro allo Sviluppo economico, non tenga conto dei costi reali del nucleare, a partire da quelli legati alla costruzione dell'impianto. Un esempio per tutti è quello dell'unico reattore in costruzione oggi in Europa, quello di Olkiluoto-3 in Finlandia, i cui costi hanno già raggiunto la spettacolare di cifra di 4,5 miliardi di euro rispetto ai 3 inizialmente preventivati. Ma ancora maggiori sono i costi legati allo smantellamento, tenuto conto che una centrale ha una vita media tra i 20 e 30 anni, e solo in Gran Bretagna, per fare un esempio, il costo previsto per lo smantellamento di venti centrali supera i 100 miliardi di euro! Anche gli italiani stanno ancora pagando, con le loro bollette, i circa 5 miliardi di euro per l'uscita dal nucleare. Non è un caso che anche Standard & Poor’s ammetta che nessuna utility oggi investe più nel settore nucleare senza la garanzia di un recupero dei costi, un recupero impossibile senza un investimento pubblico enorme che consenta di conservare almeno la parvenza di un profitto. E quindi come intende il ministro Scajola finanziare il "rilancio" di un nucleare che appartiene al giurassico della tecnologia? Tra l'altro anche raddoppiando il numero delle centrali esistenti, si verrebbe a coprire soltanto il 12% dell'energia commerciale primaria nel mondo.
Sorprende invece vedere questa tecnologia obsoleta come la via all'indipendenza energetica del nostro Paese. Anche se giacimenti uraniferi di dimensioni minori possono essere trovati quasi ovunque, il 58% delle riserve note si trova in Australia, Canada e Kazakhstan; gli altri sono in Russia, India, Namibia: un'idea di "indipendenza" energetica davvero bizzarra, considerato anche che con i costi del combustibile nucleare oggi a 1787 dollari al kg (triplicati negli ultimi cinque anni), se davvero dovesse partire una corsa al nucleare verremmo a trovarci in una situazione analoga a quella del petrolio, data l'incertezza sulle riserve mondiali di uranio.

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